Chi vuoi essere da grande?

Chi vuoi essere da grande?

Leggi bene, ho chiesto “chi vuoi essere da grande?”, non ho chiesto “cosa vuoi fare da grande?” Sono due domande molto diverse, anche se al primo impatto potrebbero essere intese nello stesso modo. Solitamente rivolgiamo la seconda domanda ai bambini, ai giovani, ma praticamente mai agli adulti, che hanno ormai già fatto le loro scelte e non avrebbe senso porgliela.

Eppure, dicevo, si tratta di domande molto diverse, e non puoi neanche immaginare quanto sia più corretto porre la prima domanda rispetto alla seconda. Il cosa si voglia fare da grandi dovrebbe essere solo la naturale conseguenza di ciò che ognuno vuole essere.

Purtroppo, ad oggi sentiamo solo la domanda “cosa vuoi fare da grande?” fatta ai bambini e ai giovani, una domanda che implica diversi limiti nella sua tradizionale accezione e futura realizzazione di se stessi.

Questa domanda:

  • LIMITA I SOGNI DEI BAMBINI

Quante volte abbiamo risposto da bambini che volevamo fare qualcosa a cui poi non ci siamo quasi mai dedicati? O a cui forse ci è stato impedito di  dedicarci per diversi motivi…Quando chiediamo ad un bambino ‘cosa vuoi fare da grande’, spesso arrivano le risposte più disparate, indicazioni di molteplici tipi di lavori che vanno da quelli più creativi e manuali ad altri più scientifici o umanistici. E noi adulti accettiamo quelle risposte, tanto poi cambiano! Certo, le idee cambiano, i sogni cambiano, è assolutamente corretto, ma a volte tutto ciò si verifica perché, quando il bambino diventa adolescente, ha già acquisito schemi mentali elaborati dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione, dall’ambiente in cui vive, dai mass media, dalla società. E’ influenzato dalle idee e dai pensieri di coloro che frequentano e che sono per loro dei modelli di riferimento. Non è quindi più possibile dare le stesse risposte; non sarebbero capite, non sarebbero allineate al contesto in cui si vive, quei pensieri e sogni da bambini non sono sostenibili nella realtà in cui viviamo. E allora sprofondano nel baratro dell’omologazione, i ragazzi non rispondono più, sono confusi, non sanno cosa dire, e si adattano a ciò che la società richiede.

  • IMPLICA IL GIUDIZIO DEGLI ALTRI

Se a quella domanda non rispondi nel modo convenuto, se fornisci una risposta che non è apprezzata e accettata, perché troppo lontana da ciò che ci si aspetta da te, allora non ti senti capito, e percepisci che dall’altra parte è stato emesso un giudizio. Un giudizio emesso anche in età adulta. Quante volte, conoscendo una persona per la prima volta, le chiediamo “cosa fai nella vita? Di che ti occupi?” Questa è non di rado la prima domanda che facciamo! Spesso, o forse potrei osare dire quasi sempre, nella società in cui viviamo da adulti siamo il risultato di ciò per cui ci siamo formati e per il percorso di studi fatto, veniamo considerati per ciò che facciamo, per il lavoro che svolgiamo e siamo valutati per questo. Noi siamo la nostra professione e ci viene dato più o meno prestigio rispetto al ruolo che ricopriamo. Siamo sottoposti al giudizio degli altri, in qualche modo l’altro si fa un’idea di te solo per ciò che fai, per il lavoro che svolgi e non per ciò che sei.

  • TI LASCIA IN GABBIA

Più ci ricopriamo di etichette e di definizioni, più rimaniamo imbrigliati in quel ruolo, e crediamo sempre di più di essere bravi solo in quello che facciamo da molto tempo, di essere super esperti solo in ciò per cui ci siamo specializzati. E rispetto a questo ho tantissimi esempi di persone che ho seguito nel loro percorso di ‘rinascita’ (sì, mi permetto di dire ‘rinascita’ perché hanno avuto, nel dolore di aver perso il loro lavoro, la grande opportunità di mettersi in gioco, di riscoprirsi, di scoprire nuovi lati di sé, di risvegliare passioni sopite, di dedicare tempo a ciò che le rende felici e di sviluppare nuovi talenti, nuove competenze), un percorso difficile proprio perché non sapevano da dove cominciare, perché erano attaccate alle etichette, ai ruoli ricoperti per troppi anni, al prestigio dato solo da ciò che era scritto nel loro biglietto da visita.

Quando invece ti chiedi “chi voglio essere da grande?”, stai guardando dentro di te, stai esplorando il tuo essere, sviluppi maggiore auto-consapevolezza, vai in profondità per scoprire te stesso in tutta la tua splendida autenticità. E l’essere grandi non ha a che fare con l’età, ha a che vedere con il tuo stato evolutivo, con la versione migliore, positiva e progredita di te. Questo percorso può iniziare ad ogni età perché non c’è un tempo migliore di un altro per migliorarsi.

“Un bambino può insegnare sempre tre cose a un adulto: a essere contento senza un motivo, a essere sempre occupato con qualche cosa e a pretendere con ogni sua forza quello che desidera.”  Paulo Coelho

Pensa se imparassimo fin da piccoli a saper rispondere a questa domanda e se fossimo capaci di insegnare ai bambini a scoprire se stessi in tutta la loro bellezza, a renderli capace di esplorare dentro di sé, sviluppando la loro identità senza timore alcuno. Con la Scienza del Sé oggi è possibile: l’educare tutti, dai più piccoli ai più grandi, al chi si voglia essere, riempie le nostre vite di senso, ci rende persone migliori, individui che fioriscono in un mondo che ha bisogno di questo.

E tu, chi vuoi essere da grande?

2 risposte

  1. donatella ligorio ha detto:

    Un bellissimo articolo, uno spunto nuovo (finalmente!!) Una gran bella domanda in cui, attualmente, mi trovo immersa fino al collo.

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